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Mutande sporche, monetine e rituali, i piloti di F1 tra superstizioni e ossessioni

Mutande sporche, monetine e rituali, i piloti di F1 tra superstizioni e ossessioni

Sulla calotta del casco glitterato di Ollie Bearman a Singapore c’era il disegno floreale tipico del sixpence, la storica moneta britannica da mezzo scellino che è considerata un portafortuna universale. Lui ha sempre portato in tasca quella che gli è stata regalata dalla nonna, come amuleto per le gare e per la vita. Perché in fondo i piloti di Formula 1 restano una categoria di scaramantici professionisti – o professionisti scaramantici – che corrono a trecento all’ora e s’aggrappano a tutto, anche alle superstizioni.

Fernando Alonso prima del via evita categoricamente le strette di mano a determinate persone nel paddock e ascolta sempre la stessa playlist, Lewis Hamilton per anni si è portato dietro una castagna fortunata che gli aveva regalata suo fratello, Oscar Piastri venera la banconota da 5 euro che gli ha lasciato un tifoso a Budapest nel 2024, prima della vittoria. Non sembrano avere rituali specifici né Charles Leclerc né Max Verstappen, perlomeno in base a quanto dicono nelle interviste.

Ma con le monetine per esempio era in fissa anche Sebastian Vettel, il quale nel 2009 si ribella quando viene a sapere che la nuova tuta non ha il taschino in cui ha sempre tenuto “un maialino, una moneta da un centesimo, una da un penny e una da un dollaro”, trovate per caso prima di quella che è stata la gara dell’esordio in Formula 1, a Indianapolis nel 2007. Sempre lui, per tutta la carriera infila nella scarpa una medaglietta di San Cristoforo, che essendo il patrono degli automobilisti forse un occhio lo butta pure sulla Formula 1.

Tra l’altro, Vettel resta uno di quelli con quella fisima tipica di salire in macchina sempre dal lato sinistro. La stessa mania ce l’ha Lando Norris e l’ha avuta Michael Schumacher: “Credevo mi portasse bene. Poi un giorno entrai dal destro e non cambiò nulla”. Ma Schumi per combattere iella e malocchio si portava nella Ferrari le cose più strane, tipo la spazzola di una bambola al Nurburgring nel 2000.

Rubens Barrichello a proposito dei tempi della Formula 3 una volta raccontava: “Se vincevo una corsa cercavo di ricordarmi se la mattina mi ero fatto la barba. E mi sforzavo di fare gli stessi gesti per la gara successiva. Poi la mia battaglia contro la superstizione l’ho vinta”. Qualcun altro no: “La scaramanzia non ti aiuta a vincere le corse, però ti fa sentire meglio”, diceva Felipe Massa, che quando cominciava bene un weekend non cambiava i boxer fino a domenica sera. È l’abitudine che ha avuto anche David Coulthard per diversi anni: “Finché non ebbi un incidente, al centro medico mi spogliarono e non ebbero una bella impressione”.

Insomma, la storia è piena di assi del volante e talismani improvvisati: Niki Lauda le monetine le metteva direttamente nei guanti, Mario Andretti non guidava senza la medaglietta dorata al collo, Emerson Fittipaldi senza la foto della figlia in tasca, Stefano Modena pretendeva che nessuno toccasse l’auto dopo che ci era salito, Jenson Button si faceva dare… ehm, un pizzicotto sul capezzolo da Martin Brundle, il portafortuna di Tazio Nuvolari era la tartarughina d’oro che gli venne donata da Gabriele D’Annunzio con tanto di dedica, “all’uomo più veloce, l’animale più lento”.

Ancora, Jean Alesi metteva un santino nel casco, Alberto Ascari si bloccava coi gatti neri e indossava sempre l’elmetto azzurro, Ayrton Senna ha guidato con gli stessi guanti tutto l’anno nel 1988, Elio De Angelis in un’intervista su Rombo disse che a spaventarlo era il calcolo delle probabilità: “Se la corsa è andata bene cinque volte di seguito, sai per un semplice fatto di statistiche che la prossima volta potresti anche non arrivare, però non sai quello che ti succede. Si può rompere il motore, una sospensione o qualche altra cosa”.

Nel cerchio strettissimo di uno sport che per anni ha ostracizzato il numero 13 in ossequio alla tradizione anglosassone, il caso più curioso – e inquietante, per la verità – resta quello di Pedro Rodriguez: porta sempre al mignolo della mano sinistra l’anello che gli ha lasciato alla morte suo fratello Ricardo, lo perde in aeroporto e ne fa forgiare uno identico, ma non basta perché alla prima corsa si schianta e muore sul colpo.

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