La pista più angusta e anacronistica, ma sempre e comunque la più affascinante, dove vincere vale una stagione e vale il curriculum: resta Ayrton Senna il principe indiscusso di Monte Carlo, con sei vittorie tra il 1987 e il 1993, senza contare che almeno altre due volte è arrivato vicinissimo a vincere ancora. Da un testo di Alan Henry per F1 Racing: “Quando Senna gareggiava a Monaco, la questione non era se avesse vinto, piuttosto come l’avrebbe fatto”. Queste le pietre miliari dell’intesa vincente fra Senna e Monaco.
La prima volta. Nel 1984, l’anno dell’esordio in Formula 1, parte tredicesimo sulla Toleman, s’arrampica sotto la pioggia fino al secondo posto e va a minacciare la prima posizione di Alain Prost, il quale allora al giro 31 chiede e ottiene dal direttore di gara – che quel giorno è Jacky Ickx – la bandiera rossa e la fine anticipata della gara per avverse condizioni meteo. È una decisione controversa, Senna è frustrato e arrabbiato. Ma nasce una stella: “Stiamo assistendo all’ascesa di Senna come un talento eccezionale nelle corse”, commenta James Hunt alla Bbc.
La prima affermazione. Sulla Lotus nel 1987 fissa la prima vittoria di un’auto con sospensioni attive e la prima di un pilota di bandiera brasiliana nel principato. È un successo di tattica e pazienza, perché Senna nella prima parte di gara gioca in difesa per salvare il mezzo: “Quando mi sono reso conto che non riuscivo a tenere il passo di Mansell, ho deciso di preservare gomme e freni. Poi mi sono dovuto preoccupare solo dei doppiati e, soprattutto, di non perdere la concentrazione”.
Il buio dietro la curva. Il 1988 è l’anno del dominio indiscusso della McLaren che si aggiudica tutte le tappe meno una, lui viene da una qualifica d’alta scuola in cui ha rifilato un secondo e mezzo a Prost, ma domenica si schianta alla curva del Portier al giro 67, mentre è in testa con un margine di tutta sicurezza. La butta sul mistico: “Una lotta interiore mi paralizzava, ero vulnerabile. Avevo un’apertura verso Dio e un’altra verso il diavolo. Ma Dio stava lì ad aspettarmi”. Più realisticamente, secondo Ron Dennis ha staccato la spina. Non torna ai box, va direttamente in appartamento a duecento metri dal punto dell’incidente. Devono trascorrere cinque ore prima che qualcuno del team riesca a parlargli.
Catenaccio. Mansell nel 1992 è di nuovo l’uomo da battere, ma deve cedere il comando a Senna per entrare ai box a serrare il dado di una ruota, in via precauzionale per lo spettro di un incidente misterioso di Patrese ai test di Imola. Quando rientra in pista è un fulmine, annulla tutto il distacco, cerca caparbiamente un varco, ma Senna gli chiude tutte le porte e gli nega la sesta vittoria consecutiva in campionato: “Il motore era stanco, le gomme troppo lisce. In qualche curva non ho seguito la traiettoria più ortodossa, ma è legittima difesa. Mansell l’ha capito”.
L’alba del giorno dopo. Nel 1994 il Gran Premio di Monaco è il primo dopo le tragedie di Imola: simbolicamente, la prima fila viene lasciata libera, con la bandiera brasiliana per Senna e la bandiera austriaca per Ratzenberger. Sulle locandine promozionali che tappezzano le boutique di Monte Carlo, stampate da mesi, c’è Senna che vince l’edizione dell’anno precedente, come se il tempo si fosse fermato.
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