Tecnicamente completo, pilota, meccanico e manager, ingegnere mancato delle scuole serali dopo la guerra. Ma anche caratterialmente complesso, taciturno, quasi tenebroso e quindi Black Jack, non soltanto per i capelli scuri. E poi, baronetto nel 1978, il primo nell’ambiente della Formula 1 a guadagnarsi l’onorificenza di sua maestà. Il 2 aprile ricorre il centenario della nascita di Jack Brabham, sempreverde e coriaceo, “il terribile vecchio” della Formula 1 che non voleva smettere.
A dodici anni già guida il camion del padre, a quindici compra motociclette usate, le ripara dietro casa e le rivende, appena diciottenne si fa due anni in aviazione come meccanico. Le gare lo rapiscono a 22 anni: per conto di un amico americano progetta una midget car, un bolide in miniatura per competizioni su sterrato. Finisce che ci corre lui e non sfigura.
Arriva in Formula 1 come autista della Cooper: autista e non pilota, nel senso che gli viene assegnata la bisarca per consegnare in pista le auto degli altri. John Cooper dice: “Farò le capriole in pubblico il giorno in cui Brabham vincerà una gara di Formula 1”. Non è il prescelto, a ogni modo riesce a farsi dare fiducia e stacca il biglietto per correre nei Gran Premi.
L’inizio è mortificante, ma la Cooper nel 1959 anche grazie a lui perfeziona il concetto del motore centrale e fa della T43 l’auto da battere: contro il pronostico universale che dava vincente Stirling Moss, il campione del mondo è questo underdog australiano di bello stile. Che a Sebring resta senza benzina all’ultimo giro dell’ultima corsa e si classifica quarto spingendo la macchina in salita nei cento metri finali, già stremato per una notte in bianco a riparare i danni dell’incidente nelle prove.
Si ripete l’anno dopo sulla T53 che lui stesso ha ridisegnato in volo sull’Atlantico dopo il Gran Premio d’Argentina, spaventato dai progressi della Lotus. Dopodiché, nel ’62 si mette società con Ron Tauranac e fonda la sua squadra: “Fu uno sforzo tutto australiano. Progettista australiano, meccanici australiani e motore costruito in Australia. Eravamo l’Australia contro il resto del mondo”. Fa tutto in casa, letteralmente: nel 1968, a Spa nella notte tra sabato e domenica vola in Inghilterra con l’aereo privato a prendere i ricambi per le sedi delle valvole, usa il fornellino di casa per scaldare le teste dei cilindri e montarle, quindi fa ritorno a Spa in meno di ventiquattro ore. Tauranac racconta: “Alle 3 di notte, sua moglie s’è svegliata con la puzza di metallo, convinta che la casa stesse andando a fuoco”.
La svolta che lo lancia è la formula del motore da tre litri che entra in vigore nel 1966 e regge fino al 1985, Brabham lì punta sull’affidabilità anziché sulla potenza per farsi cucire un motore su misura dalla Repco, con materiale commerciale, tra l’altro. Così, esce dagli anni della crisi e vince il terzo mondiale, quello più prezioso nella vetrina personale, sull’auto che porta il suo nome: è un’impresa che non riesce a nessun altro in Formula 1. Quello è anche l’anno in cui si presenta con barba posticcia e bastone a Zandvoort per ribattere alla stampa più abietta che lo vuole in pensione.
L’anno dopo soccombe a Denny Hulme, l’orso della Nuova Zelanda che corre in squadra con lui e gli soffia l’alloro. Chris Amon dirà: “Già non si parlavano molto. Quelle conversazioni limitate finirono per sparire del tutto”. L’ultima vittoria è del 1970, a Kyalami dopo che a Monte Carlo ha perso per un errore suo, all’ultimo giro. A quel punto, passa alla storia come l’unico che abbia conquistato almeno un Gran Premio in tre decenni diversi, come solo Lewis Hamilton farà nel nuovo millennio. Si ferma e comunque sentenzia: “Potevo continuare un altro paio di stagioni”.
La sua squadra invece prosegue, passa di mano e finisce a Bernie Ecclestone negli anni Settanta, poi a una compagnia giapponese che la manda in disgrazia per mala gestione. Scompare dopo trent’anni e sei coppe iridate, delle quali due nel mondiale piloti e quattro nel mondiale costruttori.
Gli ultimi anni, Brabham li passa a combattere una malattia al fegato. Se ne va nel 2014, a 88 anni: “Ci lascia serenamente, ha realizzato più sogni di chiunque altro”, scrive la famiglia. L’epigrafe di Ron Dennis: “Leggenda è una parola che si usa troppo spesso per gli sportivi e ne esagera i meriti. Con lui invece era interamente giustificata”. L’omaggio di Mark Webber: “Per gli australiani è stato un apripista. Ha preso la strada più difficile e l’ha resa facile a noi che l’abbiamo seguito”. Per sua esplicita richiesta testamentaria, le ceneri vengono disperse dalla moglie nella foresta pluviale di Tamborine, in Queensland, nel parco che da sempre è stato il suo rifugio di pace.
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