Con 152 piloti, gli Stati Uniti restano la nazione più rappresentata, soprattutto grazie al fatto che negli anni Cinquanta la 500 Miglia di Indianapolis faceva testo anche per la Formula 1. All’altro capo della classifica, una serie di paesi con un solo alfiere ciascuno. Ecco quali sono i pezzi unici per la propria bandiera, in ordine di apparizione nella storia della Formula 1 dal 1950 all’era moderna.
Rikky von Opel, Liechtenstein. Frederick all’anagrafe, Rikky per gli amici e ancora Antonio Branco ai tempi della Formula Ford, quando gareggia in incognito perché la famiglia non vuole. In Formula 1 disputa solo dieci gare e non prende mai punti, due volte non si qualifica, due volte non parte.
Eliseo Salazar, Cile. Un solo punto in carniere, a Zandvoort nell’81. Più che altro, il suo nome sopravvive per la scazzottata con Nelson Piquet a Hockenheim nel 1982, dove prende due colpi sul casco per avergli tirato la staccata in doppiaggio e averlo messo ko.
Tomas Enge, Repubblica Ceca. Altra meteora, fa solo tre gare, sulla Prost nel 2001 al posto di Luciano Burti che è convalescente per l’incidente di Spa. Per due volte viene squalificato e sospeso per utilizzo di sostanze stupefacenti, la prima in Formula 3000, la seconda in GT1.
Alex Yoong, Malesia. Debutta nella stessa gara di Enge, a Monza nel 2001, sulla Minardi, e rispetto a Enge regge un po’ di più, quasi un anno intero. Comunque fa più testacoda che chilometri, in compenso ha una donna da sballo, Arianna Teoh, miss Malesia nel 1998.
Zsolt Baumgartner, Ungheria. La chance d’esordio è l’infortunio di Ralph Firman a Budapest nel 2003. Corre grazie agli sponsor, prima con Jordan, poi Minardi. Lento, solo una volta a punti. Nel paddock è primo soltanto a festeggiare il compleanno, perché è nato il 1° gennaio.
Robert Kubica, Polonia. Il più valido dei portacolori solitari: subentra a Jacques Villeneuve in Bmw nel 2006, l’anno dopo sopravvive a una carambola mostruosa a Montreal. Sempre là, vince la prima gara di carriera nel giorno in cui va anche in testa al mondiale. All’epoca, ha una carriera spettacolare davanti, viene valutato anche dalla Ferrari quando bisogna sostituire Felipe Massa nel 2009 per infortunio. Poi arriva la domenica dell’incidente al rally Ronde di Andora, un guardrail si conficca nella scocca dell’auto e gli recide i legamenti del braccio. Lui recupera, ma gli anni migliori passano e la carriera in Formula 1 viene seriamente compromessa. Rientra con la Williams che lo tiene un anno in panchina prima di riportarlo in gara, comunque per una stagione soltanto; infine, è l’Alfa Romeo a scomodarlo per due gare nel 2021 quando Raikkonen è positivo al covid.
Rio Haryanto, Indonesia. A botte di sponsor e sussidi del governo di Giacarta si compra un posto alla Manor nel 2016. Timbra il cartellino come peggio non può, un incidente con Grosjean nella corsia dei box a Melbourne nelle prove, nel weekend in cui clamorosamente si aggiudica anche il voto online per il migliore in pista, prima che la Fom ricalcoli le preferenze.
Zhou Guanyu, Cina. Ex Ferrari Academy, poi Renault e Alpine, stacca il biglietto di accesso ai Gran Premi con l’Alfa Romeo nel 2022, dove resta addirittura tre stagioni, anche all’uscita del Biscione. Dopodiché, dal 2025 rientra alla Ferrari dalla porta di servizio, come riserva e collaudatore, ma soprattutto come elemento di richiamo nei mercati asiatici. Lo raccoglie la Cadillac, evidentemente per le stesse ragioni.
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Accadde oggi, la Formula 1 in 366 giorni dal 1950 all’era moderna
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