È martedì e se lo ricordano tutti, quando al-Qaida sferra l’attacco all’America e al mondo sono anche i giorni in cui la Formula 1 prepara il Gran Premio d’Italia. La prospettiva di cancellarlo non è mai seria, ma nel cinismo consolidato del paddock le questioni internazionali filtrano comunque. E comportano domande. Così, la Ferrari è rossa pura, senza sponsor, col musetto a lutto. La Jaguar che dipende dalla Ford considera di non correre. Per il resto, il paddock è tutto un fiorire di bandiere americane, per cui almeno la faccia è salva. Forse.
A questo, sabato pomeriggio si aggiunge la tragedia di Alex Zanardi che perde le gambe nell’incidente al Lausitzring in Cart. Anni dopo, Rubens Barrichello quando ripensa a quel weekend racconta: “Fu tutto molto cupo, non soltanto per quello che era successo negli Stati Uniti, ma anche per la vicenda di Zanardi, non riuscivo a smettere di pensare a lui”.
Paura, disagio, malavoglia spingono i piloti domenica mattina a cercare un accordo per congelare le posizioni al via, passare indenni almeno la tagliola delle prime due chicane. Al di là del messaggio che intendono trasmettere, resta una mozione approssimata e confusa. Con personalità e umanità, la guida Michael Schumacher che non raccoglie tutte le firme: Jacques Villeneuve fa ostruzione aperta, poi viene fuori che Benetton, Arrows e Bar – cioè Flavio Briatore, Tom Walkinshaw e Craig Pollock – hanno espressamente vietato il patto ai loro piloti. In questo flipper emotivo, anche due esordienti spaesati, Tomas Enge alla Prost e Alex Yoong alla Minardi, portacolori isolati delle proprie nazioni, dei quali comunque la Formula 1 si dimentica in fretta.
Finisce che si corre regolarmente, Bernie Ecclestone sulla griglia avvicina Juan Pablo Montoya che è in pole sulla Williams: “Vai ragazzo, questa è corsa vera”, gli dice. E lui vince, per la prima volta in carriera. Schumacher invece fa una gara scialba, arriva quarto, saluta sbrigativamente e si rifugia in Svizzera.
Qui comincia un’altra storia: la stampa tedesca riferisce abbia intenzione di smettere. O perlomeno prendersi una pausa, saltare l’appuntamento successivo. Che per una coincidenza disgraziata è negli States. Ecclestone allude a una rappresaglia, lascia intendere che un’assenza eventualmente può significare punti di penalità e può rimettere il titolo in ballo.
La resa di Schumi è un’eventualità che nemmeno Jean Todt sente di escludere. Al punto che la Ferrari a Indianapolis spedisce anche il sedile di Luca Badoer, casomai Schumacher davvero non si presentasse in pista. Alla fine, Michelone onora nome e contratto, e là applaude l’ultimo successo di Mika Hakkinen, che proprio a Indianapolis annuncia il ritiro, su cui forse pure pesano i fatti di quei giorni: “Non è più il mio mondo”, commenta.
Autopromozione
Accadde oggi, la Formula 1 in 366 giorni dal 1950 all’era moderna
Corse, duelli, episodi, curiosità giorno per giorno, scopri il libro su Amazon






