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Mezzo secolo di Mark Webber: le vittorie, gli infortuni e l’orgoglio oltre l’ombra di Vettel

Mezzo secolo di Mark Webber: le vittorie, gli infortuni e l’orgoglio oltre l’ombra di Vettel

Ufficialmente compie 50 anni, ma forse ne ha già 52, oppure 53, se non perfino qualcuno in più. In effetti, su Mark Webber è sempre circolata una storiella curiosa e maliziosa, e cioè che all’inizio della carriera si sia calato l’età di diversi anni per farsi considerare dalle squadre e dagli sponsor, come aveva fatto Gilles Villeneuve. Del resto, all’epoca dell’ingresso in Formula 1 il suo cartellino lo gestisce Flavio Briatore e quindi tutto può essere.

Scrivendo del suo giorno di esordio – quinto posto a Melbourne 2002 sulla Minardi, anche grazie a una concatenazione di botte di fortuna – Autosprint sentenzia: “Se questo ragazzo, con una macchina tenuta insieme dal filo di ferro riesce ad arrivare quinto al suo primo Gran Premio, chissà dove sarà fra qualche anno”. La risposta, a posteriori, dati alla mano, è questa: più su, ma comunque non sempre.

Indistruttibile fisicamente – regge due infortuni gravissimi in mountain bike – e solidissimo professionista, martello in qualifica se gli gira bene, Webber negli anni della Red Bull soffre il palmares stratosferico di Sebastian Vettel. Ma spesso c’entra anche il box. Che a Silverstone 2010 gli leva l’ultimo sviluppo dell’ala anteriore per passarlo a Vettel, il quale ha danneggiato il suo nelle prove; Webber vince lo stesso e via radio ringrazia così: “Niente male, per essere il pilota numero due”.

Il punto più basso e controverso di questa convivenza difficile resta Sepang 2013: il muretto ha ordinato “multi 21”, il codice che nel gergo del team indica il settaggio conservativo e congela le posizioni con la seconda guida davanti alla prima, Vettel invece attacca Webber con superbia e va in testa, l’altro cerca una replica che non va a segno e si prende l’ennesimo colpo nell’autostima. Vettel dirà: “Ho creato un casino”.

Alla fine di quella stagione stabilisce di partire, non ha nessuna curiosità e motivazione verso la transizione dal motore aspirato al turbo ibrido, per cui torna all’endurance in classe LMP1 con la Porsche, dove vince il titolo nel 2015. L’impressione è che volesse una sfida nuova più che un’altra squadra, perché sembra l’avesse cercato anche la Ferrari, per metterlo al posto di Felipe Massa, in squadra con Fernando Alonso. A fare comunque la seconda guida.

Aussie Grit oggi è testimonial per Hugo Boss, Mobil 1, Porsche, Qantas e Rolex, supporta le attività di beneficenza di Wings for Life, quando capita fa il commentatore per i canali inglesi e australiani della Formula 1 e segue sempre la carriera di Oscar Piastri, anche se è meno presente in pista, attraverso Jam Sports Management con sua moglie Ann Neale. Sul passato in Formula 1, in un’intervista dell’anno scorso diceva:

Credo di aver fatto tesoro di un’esperienza enorme. Ho viaggiato molto, ho conosciuto persone straordinarie e ho lavorato con i migliori del settore. Se non ti rialzi dopo una caduta e non continui a imparare dai tuoi errori, è finita. Devi acquisire quante più competenze possibili, e farlo in fretta.