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Las Vegas, l’inciampo della prima edizione che è costato 3 milioni di dollari alla F1

Las Vegas, l’inciampo della prima edizione che è costato 3 milioni di dollari alla F1

Dura meno di dieci minuti la prima sessione di prove libere a Las Vegas nel 2023, nel weekend dello sbarco sulla Strip: la direzione di gara dà bandiera rossa quando Carlos Sainz a 300 all’ora prende una botta pesantissima sotto la Ferrari risucchiando il chiusino di una valvola dell’acqua, proprio sulla Strip, all’altezza del Bellagio. Stessa causa anche per il danno all’Alpine di Ocon, meno grave comunque.

A quel punto l’organizzazione fa scattare la procedura del controllo d’urgenza, ferma tutto e verifica trenta tombini, uno per uno, applicando cemento a presa rapida sotto la supervisione degli uomini della Fia. Che il sopralluogo comunque l’avevano già fatto alla vigilia. O forse non l’avevano fatto benissimo, perché non erano state evidenziate criticità. Toto Wolff minimizza: “Non è che la Formula 1 perde la faccia per una roba del genere”. Ma Daniel Ricciardo è severissimo: “C’è un tema di sicurezza importante, forse si sono dedicati ad altro”.

È già successo: nel 2005 a Shanghai con Montoya per una griglia di drenaggio, nel 2016 a Monte Carlo con Button nello stesso punto in cui era capitato a Barrichello sei anni prima, nel 2017 a Sepang con Grosjean e nel 2019 a Baku con Russell. Ma nel caso di Las Vegas valeva più che mai l’obbligo morale che filasse tutto liscio, se non altro per l’aspettativa che la Formula 1 aveva montato in termini sportivi e commerciali intorno a un evento da mezzo miliardo di dollari. E per il fatto che i nomi di Liberty Media e Formula One Management ne fossero indirettamente promotori attraverso la società del comitato organizzativo.

La prima conseguenza è sportiva: sulla Ferrari di Sainz bisogna cambiare tutto, fondo, motore, centralina, batteria, perfino il sedile. E diversi elementi, ai sensi del regolamento, comportano sanzione perché la Fia non riconosce le cause di forza maggiore: “Pago un prezzo altissimo. Tanto lavoro per riparare l’auto e oltretutto incassiamo anche una penalità”. Ci va anche più pesante Fred Vasseur: “Inaccettabile per la Formula 1 moderna, ci costa una fortuna. Abbiamo pagato conseguenze sul piano finanziario, sportivo, perfino in termini di riserva di componenti”. Danni per un milione e mezzo di dollari, pare, motore escluso.

All’epoca, l’area legale della Ferrari valuta la richiesta di un risarcimento all’organizzazione, come fece l’Haas – e l’ebbe vinta – per Grosjean a Sepang. Ma è un punto di cui non viene a sapersi più niente, forse proprio perché c’è di mezzo direttamente la Formula 1 attraverso una sua controllata.

Va avanti invece una causa legale per l’altro aspetto della vicenda: per consentire la sistemazione del circuito dopo l’incidente di Sainz non viene mai ripresa la prima sessione; la seconda slitta a notte fonda, da mezzanotte alle 2:30, quando le tribune nel terzo settore sono state sfollate perché si è andati oltre l’orario di contratto del personale del servizio d’ordine. Viene emesso un comunicato congiunto degli organizzatori e della Formula 1 – che per com’è concepito l’evento sono praticamente la stessa entità giuridica – in cui si citano genericamente “elementi di pubblica sicurezza”, l’obbligo di rispettare una legge federale su limite di ore di lavoro per gli autisti dei trasporti pubblici e la necessità di pulire le hospitality per il giorno dopo.

Praticamente, c’è gente che torna a casa e ha visto solo dieci minuti prima della bandiera rossa. A loro viene offerto un voucher di 200 dollari che non ripaga per intero la spesa per l’accesso. Nasce una class action che va avanti per due anni e mezzo, fino al patteggiamento per la creazione di un fondo da 3 milioni di dollari come forma di compensazione amichevole. L’accordo risale al mese di marzo, è stato annunciato a luglio e deve essere formalizzato a novembre. Ufficialmente, né Liberty Media né il comitato promotore vengono condannati al rimborso: “La Corte – scrivono gli avvocati in una nota alla stampa – non ha stabilito chi avesse ragione”.

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