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Gare sprint, storia e perché: quei 100 chilometri extra che ancora dividono il circus

Gare sprint, storia e perché: quei 100 chilometri extra che ancora dividono il circus

Deve esserci stata una sadica corsa al simbolismo, Silverstone dove tutto è iniziato nel 1950 e Silverstone dove viene piazzata la prima gara sprint del sabato nel 2021 come espediente per distribuire l’azione nell’arco del fine settimana, gonfiare il prodotto commerciale per le televisioni e “produrre engagement sui social network”, come dice Stefano Domenicali. E allora: cento chilometri, libera scelta sulla mescola di gomme e nessun obbligo di pit stop, secondo l’impostazione che verrà confermata negli anni a venire nonostante vari aggiustamenti formali su valenza e punteggio.

Tra i fautori, Ross Brawn che nel 2021 è direttore generale e direttore tecnico per Formula One Group e ha tenuto la supervisione tecnica e sportiva nel processo di revisione dei regolamenti: “Vogliamo dare ai fan qualcosa di più sostanzioso nell’arco del weekend. Se non funziona, la ripensiamo. Ma sono abbastanza ottimista”.

Il percorso per l’introduzione della gara corta comunque è travagliato, Liberty Media all’inizio vuole che la griglia di partenza della sprint sia ricavata dalla classifica rovesciata del campionato e questo nel 2019 fa saltare il primo tavolo di confronto: le simulazioni della Mercedes mostrano che partendo dal fondo non c’è il tempo materiale per andare in testa e guadagnarsi la pole; la Ferrari mette il veto su Monza, che poi cadrà. Ma un motivo per tirare il freno ce l’hanno pure le squadre minori, perché la sprint aumenta il rischio di restare senza ricambi per domenica in caso di incidente, dal momento che il 2021 è anche l’anno dell’introduzione del regolamento finanziario sul tetto di spesa.

Il compromesso che apre alla sperimentazione è che la sprint abbia la sua prequalifica dedicata e assegni la pole per domenica. Da cui l’etichetta, Sprint Qualifying Race. La Fia si mantiene neutrale: “Non credo ne abbiamo bisogno, ma provare non costa nulla”, dice Jean Todt. All’atto pratico, ne viene fuori un prodotto ibrido: una qualifica che non è una qualifica, una gara che non è una gara. Non a caso, Laurent Mekies che a quel tempo è racing director alla Ferrari, la mette in questi termini: “Bisogna immaginare che in questi weekend si corre una gara di 400 chilometri anziché i soliti 300, solo che dopo i primi 100 c’è una bandiera rossa”.

Un aspetto positivo lo trova Charles Leclerc: “Partiamo con le auto più leggere, è più divertente”. All’opposto, Max Verstappen resta dalla parte di chi vuole la qualifica tradizionale, che si giochi sulla velocità pura: “La pole bisogna guadagnarsela con un giro veloce, quella è una vera pole”.

Nel tempo, la Formula 1 trova l’unica strada ragionevole: che la sprint sia un momento di gara autonomo rispetto al resto del Gran Premio, una gara extra in tutto e per tutto, senza implicazioni per la corsa della domenica. E questo ammorbidisce anche le prime perplessità dei promotori: “Inizialmente, la sprint non è stata considerata un elemento particolarmente appetibile, né ha trainato le vendite. Oggi credo che accresca il valore del biglietto e offra qualcosa in più al pubblico”, dice Bobby Epstein, di Austin.

Verstappen resta sulle sue posizioni: “Da tifoso, direi che la sprint guasta l’interesse per domenica, si porta via la magia dell’attesa, perché mi dice già chi può vincere”. Ma Domenicali rilancia, si parla di salire a 12 appuntamenti all’anno: “È l’indicazione che ci viene dai tifosi”, pare.

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