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Donne in F1, Maria Teresa de Filippis e le altre: ecco chi ce l’ha fatta (o quasi)

Donne in F1, Maria Teresa de Filippis e le altre: ecco chi ce l’ha fatta (o quasi)

Non è uno sport per donne e non lo è mai stato, nel senso che spiegava Susie Wolff nel 2015 all’epoca del suo stop: “I problemi sono due, non ci sono molte ragazze che fanno kart da giovani e non c’è un modello di riferimento. A volte per credere in una cosa devi vederla”. Ad oggi, Jessica Hawkins è l’ultima ad aver guidato un’auto di Formula 1 in via più o meno ufficiale, nel 2023 a Budapest, in una sessione a porte chiuse con l’Aston Martin. La sua previsione sulle chance di una donna nella massima serie: “Manca poco, qualche anno, mentirei se dicessi di non crederci, sarebbe contro tutto ciò per cui combatto”.

Restano due le donne che hanno varcato materialmente la soglia dei Gran Premi, cinque se si contano anche quelle che sono riuscite a guadagnarsi coraggiosamente almeno l’iscrizione, superando pregiudizi misogini e sbarramenti sportivi. Queste.

Maria Teresa de Filippis. Aristocratica, napoletana, nel 1958 è la prima donna in Formula 1, al Gran Premio del Belgio da privata con una Maserati 250F. Donna di carattere, in un mondo per soli uomini, viene dall’equitazione, finché per scommessa con il fratello non si cimenta con le auto sulla Topolino 500 allo slalom in salita da Salerno a Croce di Cava de’ Tirreni: “Facevo quello che volevo, ero indipendente per temperamento, educazione e patrimonio. I soldi pagano la libertà”. A Monte Carlo non s’è qualificata, a Spa ottiene all’esordio il decimo posto che resterà il suo piazzamento migliore su tre partenze in tutto. Re Baldovino del Belgio è in tribuna e vuole conoscerla, le dice: “Signora, lei ha le braccia che sembrano di ferro”. A Reims il mese dopo invece il direttore di corsa le respinge l’iscrizione con disprezzo e maschilismo: “L’unico casco che una donna deve tenere in testa è quello del parrucchiere”.

Lella Lombardi. È tesserata a Brands Hatch nel 1974 e fa notizia anche per il numero di iscrizione, 208, il più alto che s’è mai visto in Formula 1: è la lunghezza d’onda di trasmissione di Radio Lussemburgo che sponsorizza la Brabham di Allied Polymer Group, una società britannica che ci prova solo quella volta. Lei non si qualifica, ma l’anno dopo a Montjuic – nella gara del gravissimo incidente di Stommelen che segna la fine del circuito – con il sesto posto sulla March è la prima e l’unica a riscuotere punti in Formula 1.

Divina Galica. Disputa le qualifiche di Brands Hatch nel 1976 con una Surtees di Shellsport, non entra in griglia per due secondi e mezzo, ma è già un personaggio. Viene dallo sci, è già stata alle Olimpiadi a Innsbruck nel 1964, Grenoble nel 1968 e Sapporo nel 1972, ma anche in Formula 2 e sulle sport: “Ogni sera, quando lasciavo la pista, c’erano dei giornalisti ad aspettarmi. E ogni sera dovevo passare con loro almeno tre ore a parlare di me. Alla fine, ero così stufa di raccontare sempre la stessa storia che ne avrei inventata una più interessante”. È nelle cronache anche perché sfida la superstizione britannica, s’iscrive con il numero 13 come solo Moises Solana in Messico nel 1963.

Desire Wilson. È ammessa in qualifica a Brands Hatch sulla Williams nel 1980. Per 7 decimi di secondo resta sotto l’asticella per l’accesso alla griglia. L’opportunità di riprovarci gliela offre la Tyrrell l’anno dopo a Kyalami, in casa. E la sfortuna di nuovo le volta le spalle, le distrugge la scatola del cambio mentre è sesta; ma quella è la gara del contrasto con la Fisa che invalida i risultati, per cui negli annali la partecipazione comunque non risulta.

Giovanna Amati. La Brabham la include nella lista degli iscritti a Kyalami nel 1992, lei non si qualifica: “Il problema principale è stare al centro dell’attenzione perché sono una donna”. In verità, una parte dell’interesse viene anche dal suo passato: nel ’78, nemmeno ventenne, è tenuta sotto sequestro per oltre due mesi dal clan dei Marsigliesi, si dice che il papà – Giovanni, imprenditore del cinema – per il riscatto abbia utilizzato gli incassi del botteghino del primo film di Star Wars. Presto, in squadra le subentra Damon Hill, ma il fattore è soprattutto finanziario: le quote pattuite con i suoi sponsor non vengono mai pagate.

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