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Gran Premio d’Africa, è fatta… o quasi: l’annuncio, le previsioni e la questione internazionale

Gran Premio d’Africa, è fatta… o quasi: l’annuncio, le previsioni e la questione internazionale

Dieci anni di contratto a partire vagamente dall’inizio del prossimo decennio, dalle parti di Kigali su un circuito permanente – al quale lavorano anche la società di Alex Wurz e il gruppo di Hermann Tilke – di circa sei chilometri che oggi esiste solo in rendering: c’è un contratto senza una data certa, c’è un Gran Premio senza l’autodromo, ma la Formula 1 aveva bisogno di questa fuga in avanti per sbloccare la trattativa verso il ritorno nell’ultimo continente abitato che manca dal 1993, affinché il mondiale sia veramente mondiale.

È la conquista più importante della Formula 1 da quando Liberty Media ha preso in mano il gioco comprandolo dalle società di Bernie Ecclestone. Più di Gedda, più di Miami e più di Las Vegas. Non per caso, “questo giorno verrà ricordato fra i più significativi nella storia di questo sport”, dice Stefano Domenicali.

Che nella missione di colonizzazione dell’Africa trova sponda nel cosiddetto miracolo ruandese, il progetto di apertura, ricostruzione e sviluppo economico di Paul Kagame, il presidente eterno che detiene il potere dal 2000 e che potenzialmente grazie all’ultima modifica della costituzione può restare in carica fino al 2034, in tempi compatibili allo sbarco della Formula 1. La spiegava lui l’anomalia dell’etichetta ufficiale, Gran Premio d’Africa anziché Gran Premio del Ruanda come vorrebbe la prassi:

La Formula 1 rientra nel quadro più ampio di ciò che il Ruanda intende costruire. Abbiamo avviato molti progetti e compiuto dei progressi, sia come nazione sia come popolo. Per quanto riguarda la Formula 1 non guardiamo soltanto al Ruanda, ma consideriamo il paese all’interno del contesto dell’intero continente, il nostro obiettivo è coinvolgere anche altri fratelli e sorelle africani.

Corre l’esigenza che l’evento sia meno esclusivo, in modo da richiamare apporti finanziari anche esteri. E questo perché il circuito è solo una tessera di un piano di spesa più ampio. Domenicali l’anno scorso parlando genericamente di una tappa ipotetica in Africa fissava questi requisiti:

Prima di compiere il passo, abbiamo bisogno di garanzie su tre fronti. Investimenti che portino benefici alla comunità al di là della presenza della Formula 1. Poi, infrastrutture e quindi non solo un circuito, ma anche hotel, strade, aeroporti. Infine, una base economica in grado di sostenere l’evento nel lungo periodo. Non siamo in attesa passiva, stiamo lavorando per valutare cosa manchi ancora, prima di dare ok.

È la linea rispetto alla quale la Formula 1 si è tenuta coerente, quindi a Kigali non si corre prima di quattro anni perché la fruizione del circuito è subordinata almeno alla realizzazione dell’aeroporto di Bugesera che si stima possa aprire nel 2028 e al quale il governo del Ruanda partecipa per il 40 per cento contro il 60 di Qatar Airways, a riprova degli interessi internazionali in un’area dove si circola ancora su strade sterrate in mezzo agli allevamenti di capre e bovini.

È gonfia di implicazioni geopolitiche questa macchina che non ha fatto ancora un metro. A ogni modo, Amnesty International accende una spia, il Ruanda usa la Formula 1 per sportswashing, cioè per deviare l’attenzione dalla questione dei diritti umani. È il lato oscuro del progresso nazionale sotto il regime blindato di Kagame che secondo l’Onu e molteplici organismi d’inchiesta continua a reprimere libertà politiche e civili. Soprattutto, sostiene e finanzia militarmente il movimento ribelle M23 nella Repubblica Democratica del Congo nell’ambito di un conflitto dal quale dipende il controllo di risorse minerarie strategiche in contrabbando transfrontaliero.

Domenicali anticipando le contestazioni e riconoscendo implicitamente qualche piega da stirare diceva ai giornalisti che la Formula 1 in Ruanda sarà “una forza positiva per il bene”. Esattamente come si era detto per Qatar e Arabia Saudita, che nemmeno brillano sul fronte dei diritti umani e sotto certi aspetti sono perfino più indietro del Ruanda.