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Sforzi estremi senza pause, perché il rush finale è una sfida sempre più impossibile

Sforzi estremi senza pause, perché il rush finale è una sfida sempre più impossibile

Salvo diverse decisioni per la situazione in Medio Oriente, la coda del campionato prevede nove gare in undici settimane, praticamente dal 26 settembre al 6 dicembre si corre ogni fine settimana facendo solo due pause. Chi ha sempre parlato di programmare il riposo fisico e mentale, dei piloti come dei meccanici, oggi solleva un punto. Elina Haukipuro, ex medico della Mercedes e mental coach, nell’intervista per planetf1.com:

Stiamo perdendo praticamente tutto quel tempo di pausa abituale che è necessario per il recupero. È tutto molto intenso. Più andiamo verso la parte finale della stagione, più la gente arriva esausta e più ci sono disturbi. Ci stiamo organizzando, ma è impossibile arrivare al punto in cui non si risenta degli effetti.

Non è neanche l’unica a tornare su un tema che oggettivamente trova riscontro nei numeri: Kimi Antonelli, Valtteri Bottas – che però ha fatto anche un tour de force in bici fra Sepang e Singapore – e Sergio Perez giovedì a Città del Messico per motivi di salute erano indisponibili per gli incontri con la stampa e gli sponsor, nel 2025 li aveva saltati anche Carlos Sainz per una indisposizione, Esteban Ocon era stato “due o tre giorni in camera in albergo a riprendersi” e pare che diversi uomini nell’entourage della Formula 1 abbiano preso dei virus nel passaggio fra Stati Uniti e Messico. Perciò, secondo Max Verstappen va messa una discussione sul tavolo:

È ovvio che è sempre abbastanza dura per il tuo corpo, tre settimane di fila. E a volte puoi essere un po’ sfortunato con qualunque cosa, anche un virus intestinale. Di solito è intorno a questo periodo dell’anno che non solo i piloti ma anche i meccanici e le persone del team si ammalano. Il tuo corpo può sopportare un sacco di stress, ma a un certo punto ti fa capire quando ha bisogno di una piccola fase di recupero, e questa è una cosa di cui devi tenere conto. Per me, la parte più dura è che non puoi tornare a casa tra un weekend e l’altro dalla famiglia e questo non mi piace.

Da alcuni anni le squadre si organizzano per rispondere a un impegno che è esploso con il calendario: senza andare troppo indietro nel tempo, quindici anni fa si facevano 19 appuntamenti all’anno, oggi 23 – ma il programma iniziale prima della cancellazione di Gedda ne prevedeva 24 – di cui 6 in formato con gara sprint. Tutto questo porta inevitabilmente ai triple header – le triplette di tre eventi in tre weekend consecutivi, senza soste – con tutto quello che comportano in termini di resistenza fisica oltre che organizzazione dei trasferimenti da un paese all’altro.

Nel 2014, quando se ne cominciava a parlare, Sam Michael della McLaren diceva: “Le attrezzature e gli aerei non si stancano. La gente sì”. Da allora, ogni squadra è andata verso la costituzione di due staff autonomi, uno per la logistica e l’altro per le corse, mentre una volta i meccanici che seguivano i Gran Premi erano anche quelli che materialmente si occupavano di imballare il materiale e spedirlo da un circuito all’altro.

Oggi, anche nello staff che lavora direttamente sulle gare, chi può si organizza con la rotazione del personale per consentire un minimo di respiro. Il punto è che certe figure chiave comunque non le puoi ruotare. Oltre al fatto che le squadre minori non riescono nemmeno a sostenerlo finanziariamente uno sforzo del genere.