La campagna di presentazione della Ferrari Luce passa anche per Castel Gandolfo da Papa Leone, al quale viene donato… il volante dell’auto: “Un’occasione che resterà per sempre nella nostra memoria e nella storia di Ferrari”, commenta John Elkann, che era già stato dal Santo Padre, a settembre in udienza privata con la moglie, Lavinia Borromeo. In quel caso gli omaggi erano stati un modellino in scala della SF90 XX Stradale e il volante di gara di Charles Leclerc.
Si tratta del quarto incontro – perlomeno, il quarto di cui si abbia traccia nelle cronache – fra la casa del cavallino rampante e un papa. Ed è sempre un elemento di un certo effetto, in considerazione dei precedenti storici non felicissimi all’epoca in cui la sicurezza delle corse è precaria e il lieto fine non è assicurato. Di qui, il fortissimo dissenso della Santa Sede verso il mondo dell’automobilismo sportivo, soprattutto alla fine degli anni Cinquanta, per due episodi fra gli altri: la tragedia di Guidizzolo nel corso di quella che sarà l’ultima Mille Miglia a valenza agonistica – per la quale Ferrari subisce anche un processo da cui esce prosciolto, ma provato – e la morte di Luigi Musso a Reims.
Per quei fatti, l’Osservatore Romano scrive che Ferrari è “Saturno ammodernato che fattosi capitano d’industria continua a divorare i suoi figli”. Successivamente, quella linea viene ripresa su La Civiltà Cattolica che invoca l’abolizione delle gare di velocità per il prezzo che impongono: “Una inutile strage”. Il Commendatore ne resta ferito. Anzi, offeso. Scriverà: “Non accetto e non dimentico che mi hanno chiamato Saturno ammodernato che mette al mondo i figli e poi li divora”.
La ferita, simbolicamente, viene sanata diversi anni dopo: Papa Wojtyla è a Maranello il 4 giugno 1988, ad accoglierlo c’è la dirigenza aziendale, lui chiede una Ferrari per salutare i fedeli e si fa condurre da Piero Ferrari a bordo di una Mondial 3000 cabriolet, in piedi, reggendosi al parabrezza. Enzo Ferrari è ammalato e resta prudentemente a Modena, morirà neanche tre mesi dopo. Il pontefice chiede di sentirlo telefonicamente, è un gesto di grande impatto che emoziona profondamente il Drake: “Chi l’ha visto – riferisce L’Unità – dice che il patriarca si sarebbe commosso”.
La Ferrari ricambia quella visita diciassette anni dopo. Una rappresentanza della squadra corse, 90 persone, guidata da Luca Cordero di Montezemolo con Jean Todt, Michael Schumacher e Rubens Barrichello, il 17 gennaio 2005 incontra Giovanni Paolo II nel Palazzo Apostolico in Vaticano. Viene regalata al Pontefice una riproduzione in miniatura della F2004, l’auto del settimo titolo di Schumacher. Il quale da parte sua ha già incontrato il papa nel 1999, all’udienza generale, insieme con altri sportivi per un evento a favore dei bambini del Kosovo.
Wojtyla scompare all’inizio di aprile, nel fine settimana in cui a Sakhir è in programma il Gran Premio del Bahrain. E dove la Ferrari deve fare esordire la nuova auto, che viene listata a lutto, con la punta del musetto nera. Non è un debutto felice, Schumacher si ritira per guasto dell’impianto idraulico.
Il 5 dicembre 2005 la Ferrari è di nuovo in Vaticano, dal nuovo papa: Montezemolo consegna a Benedetto XVI il volante di Schumacher e un assegno da 950 mila euro, il ricavato dell’asta per la quattrocentesima Ferrari Enzo, l’ultimo esemplare di quel modello, a saldo di una vecchia promessa a Giovanni Paolo II per aiutare le popolazioni asiatiche colpite dallo tsunami del 2004. Per la cronaca, quell’auto nel 2015 viene rimessa all’asta da Sotheby’s, non ha nemmeno 180 chilometri, e viene aggiudicata per l’equivalente di almeno cinque milioni di dollari.
Infine, non risultano incontri istituzionali fra Papa Francesco e una qualsiasi delegazione ufficiale di Maranello. Tra l’altro, c’è un dato curioso: se si esclude Giovanni Paolo I, che temporalmente non ha visto concludersi nemmeno un campionato di Formula 1, il papato di Francesco è l’unico durante il quale la Ferrari non ha vinto nessun titolo.
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